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L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro?

11 ottobre 2013 • LocalComments (0)1296

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La speranza è (sempre) l’ultima a morire. Ed è la speranza ciò che ha spinto stamattina centinaia di giovani e meno giovani in cerca di una occupazione a partecipare a “IoLavoro”, la manifestazione del lavoro iniziata ieri allo Juventus Stadium e che terminerà domani. Ma quello che lascia l’amaro in bocca è la frustrazione che spesso si legge sul viso di questi ragazzi che partecipano a questa iniziativa, fortemente voluta dagli enti locali per dare risposte, o almeno cercare di dare risposte, ai tanti, troppi che oggi non lavorano.

Ci si iscrive sul sito, si stampa il ticket per entrare, e con una buona dose di pazienza, ci si prepara alle lunghe code che animano l’evento, con un malloppo di curriculum tra le mani. ”Sembriamo dei pecoroni”, commenta V. Si sta per laureare e lavora da anni in un call center: sottopagata, non gode dei classici e minimi diritti di cui dovrebbe godere ogni lavoratore. Ma lei tiene duro e non molla, e con la speranza ci va a braccetto. M. invece è laureata da un anno e mezzo, e come la maggior parte dei laureati, non lavora e non ha mai trovato un’occupazione inerente al suo titolo di studio. “La mia speranza copre un buon 80 per cento, ma le probabilità di trovare un lavoro qui oggi sono del 20.”. Tanti i ragazzi delle scuole, organizzati in pullman e arrivati in massa in cerca di opportunità, come tanti altri laureati, madri e padri di famiglia, ragazzi accompagnati dai genitori. C’è anche chi ci riprova per l’ennesima volta, sperando che l’organizzazione di questa edizione sia migliore rispetto a quelle passate, che non ci siano solo code chilometriche agli stand e che si riesca a fare almeno un colloquio, uno soltanto.

Trovare un lavoro, per questi aspiranti lavoratori, assomiglia quasi ad un viaggio della speranza: tanti, troppi ostacoli insormontabili lungo il cammino: sopravvivere a un’azienda che fallisce, come G., rimasto a casa dopo anni di lavoro, o sopportare contratti che molto spesso, anzichè andare incontro al lavoratore, lo lasciano a piedi, come è successo a R. A loro non resta che sperare, dunque, che IoLavoro, quest’anno, sia una opportunità. Anche se sembra incredibile che nella capitale dell’auto e della manifattura dell’Italia del dopoguerra, abituata a centinaia di immigrati che a Torino venivano per lavorare, oggi sia alle prese con problemi di disoccupazione e di crisi economica e sociale di questa portata. M.G.

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